
Per anni ho chiamato forza il non fermarmi
Quello che ho compreso quando la resistenza ha smesso di proteggermi
Per molto tempo, quando qualcuno mi diceva che ero forte, lo consideravo uno dei complimenti più belli. La forza, per me, aveva un significato preciso: andare avanti anche nei giorni difficili, adattarmi in fretta, trovare una soluzione e occuparmi di ciò che gli altri si aspettavano da me.
Era una capacità reale. Mi ha aiutata a superare cambiamenti importanti e a costruirmi una vita in contesti molto diversi. Con gli anni, però, quella stessa capacità è diventata anche il modo più efficace per evitare una domanda semplice: come sto, mentre continuo a fare tutto questo?
Da bambina avevo imparato presto a osservare l’ambiente prima di capire quale spazio potessi occupare. Quando arrivai in Svizzera dal Brasile avevo nove anni. Non conoscevo la lingua e molte abitudini quotidiane mi erano estranee. Durante una delle prime cene guardavo come gli altri usavano le posate e cercavo di ripetere i loro gesti senza attirare l’attenzione. In quel momento copiare era un modo per orientarmi. Prima ancora delle parole, imparavo leggendo le persone.
Quell’attenzione mi è stata utile. Mi ha permesso di entrare in una scuola nuova e imparare la lingua; in breve tempo riconoscevo ciò che veniva richiesto. Poco alla volta, però, mi sono affidata quasi esclusivamente alla parte di me capace di adattarsi. Chiedere aiuto mi sembrava più difficile che trovare da sola un’altra soluzione. Mostrare incertezza esponeva qualcosa che preferivo tenere al riparo.
La forza che gli altri vedono
«Tu ce la fai sempre.»
Questa frase può suonare come una carezza e, in certi momenti, lo è davvero. Se viene ripetuta abbastanza a lungo, però, finisce per assegnarti un ruolo dal quale è difficile uscire.
Quando una persona dimostra di sapersela cavare, chi le sta vicino finisce facilmente per affidarle un compito in più. Lei stessa anticipa i problemi e tiene insieme ciò che rischia di sfilacciarsi. Nel frattempo cerca di non pesare su nessuno. Dall’esterno appare affidabile. Dentro, il confine tra responsabilità e sacrificio diventa meno visibile.
Per anni ho risposto alla fatica aumentando lo sforzo. Se qualcosa non funzionava, cercavo di organizzarmi meglio. La solitudine la riempivo di impegni. Quando una situazione mi faceva soffrire, provavo a convincermi che avrei potuto reggere ancora un po’, e raramente mi domandavo quale prezzo stessi pagando.
Oggi, durante le sessioni di coaching individuale, incontro spesso persone che hanno sviluppato una forza simile. Incontro professioniste abituate a decidere e persone sulle quali intere famiglie hanno imparato a fare affidamento. Ci sono uomini e donne ai quali gli altri si rivolgono nei momenti complicati. Raramente arrivano dicendo di sentirsi fragili. Parlano piuttosto di stanchezza o di una scelta rimandata; qualche volta confessano di non riconoscersi più nel modo in cui stanno vivendo.
Una frase torna con parole diverse: «Sono stanca di essere quella che tiene tutto insieme.»
In quel punto non serve aggiungere subito un’altra strategia. È più utile capire che cosa quella stanchezza stia rendendo visibile. Forse un ruolo ha occupato troppo spazio. Una relazione può avere perso reciprocità. A volte la persona continua a rispettare una promessa fatta anni prima, senza chiedersi se corrisponda ancora alla vita di oggi.
Anni dopo il mio arrivo in Svizzera, mi sono ritrovata nuovamente a costruire una vita in un luogo che non sentivo ancora mio. Ero diventata moglie e madre; avevo ridotto il lavoro e molte decisioni quotidiane dipendevano da equilibri familiari nei quali la mia autonomia si era assottigliata. Da fuori la mia vita appariva stabile e ben costruita. Dentro di me cresceva una sensazione difficile da spiegare.
Me ne accorsi ascoltando il modo in cui parlavo. Per questioni semplici mi sentivo chiedere: «Posso?». Quel verbo compariva sempre più spesso, anche quando nessuno mi aveva imposto apertamente di usarlo. Era diventato la misura dello spazio che mi concedevo.
Un commento pronunciato davanti ad altre persone mi fece sentire con chiarezza quanto mi fossi allontanata dalla donna indipendente che avevo lottato per diventare. Risposi con ironia e andai avanti. Il disagio rimase e portò alla luce qualcosa che avevo evitato a lungo. Meritava di essere ascoltato prima di decidere che cosa fare.
La fragilità aveva qualcosa da dirmi
Allora la fragilità mi sembrava il preludio di un crollo. Con il tempo ho imparato a leggerla come un’informazione. Compare quando la distanza fra ciò che viviamo e ciò di cui abbiamo bisogno diventa troppo ampia, oppure quando una strategia che ci ha protetti continua a guidarci anche se il contesto è cambiato.
La capacità di adattarmi aveva avuto un valore enorme nella mia infanzia. Da adulta, in alcuni momenti, mi portava ad accettare condizioni che avrei dovuto almeno interrogare. Quella capacità aveva preso il posto della scelta: la usavo anche quando il contesto chiedeva altro.
Questo passaggio è importante anche nel coaching. Una convinzione come «devo farcela da sola» può essere nata in un periodo nel quale dipendere dagli altri sembrava pericoloso o inutile. In seguito diventa una regola silenziosa. La persona la applica sul lavoro e nelle relazioni, fino al modo in cui si prende cura di sé. Ogni richiesta di aiuto finisce così per sembrare una prova di inadeguatezza.
Quando emerge una frase di questo tipo, parto da ciò che ha protetto e dal prezzo che oggi chiede. Poi verifichiamo se esiste una scelta più adatta. Spesso chiedo: quale parte di te sta lavorando senza sosta per mantenere tutto com’è? Che cosa teme che possa accadere, se rallentassi abbastanza da ascoltarti?
La fragilità apre proprio questo spazio. Ci permette, almeno per un momento, di smettere di adattare ciò che sentiamo all’immagine che vorremmo conservare. Possiamo riconoscere una situazione che ci ferisce, un ritmo ormai insostenibile, oppure il peso di aspettative alle quali non abbiamo mai dato un consenso vero. Può emergere anche un bisogno rimasto senza parole per molto tempo.
Guardare questi segnali richiede coraggio perché può cambiare il modo in cui interpretiamo la nostra storia. Resistere a lungo non dimostra automaticamente che una situazione ci faccia bene. A volte testimonia quanto siamo diventati capaci di sopportarla.
In un periodo successivo, uno dei miei figli dovette affrontare diversi interventi. Non ci fu un momento perfetto nel quale mi sentii pronta. C’erano visite, attese, telefonate e decisioni pratiche da prendere mentre cercavo di proteggere entrambi i miei bambini. Il mio riflesso abituale tornò immediatamente. Organizzavo ogni dettaglio e rassicuravo tutti; quando avevo bisogno di piangere, cercavo un luogo appartato.
Feci ciò che era necessario. Contemporaneamente imparai che la presenza poteva convivere con la paura. Attraversavo giornate difficili, mi occupavo delle cose concrete e ammettevo di non controllare l’esito. La mia forza iniziò a cambiare forma. Chiedere sostegno divenne parte di quella forza. Anche riconoscere la paura, senza lasciarle decidere ogni cosa, acquistò un significato nuovo.
In quegli anni incontrai il coaching prima come persona in cerca di strumenti per sé. Le domande e la possibilità di osservare i miei automatismi crearono un margine tra ciò che accadeva e la risposta che avevo sempre dato. In quel margine tornai a scegliere, sostenuta anche da pratiche quotidiane che mi aiutavano a restare presente.
Forse la tua fragilità oggi ha una forma molto meno evidente. Potrebbe presentarsi come l’irritazione che compare ogni volta che qualcuno ti chiede un’altra cosa, oppure nel silenzio con cui attraversi una relazione che non sai più come abitare. Può esserci una parte di te che fantastica spesso di lasciare tutto, mentre un’altra continua a ripetere che adesso non è il momento.
Prima di trasformare questi segnali in una decisione drastica, prova ad ascoltare che cosa stanno misurando.
Prendi un foglio e scrivi la frase che usi per rimetterti in piedi quando sei sotto pressione. Potrebbe essere «devo gestirla», «gli altri contano su di me», «non posso fermarmi adesso» oppure «c’è chi sta peggio».
Questa regola mi è stata utile quando...
Oggi il prezzo di questa regola è...
Lascia la conclusione aperta per qualche minuto. Osserva dove quella vecchia forza continua a esserti utile e dove ti impedisce di vedere un bisogno attuale. Poi scegli un gesto piccolo che renda possibile una verifica: dire con sincerità come stai a una persona affidabile, rinviare un impegno non essenziale, chiedere una collaborazione concreta o proteggere un’ora che continui a cedere.
Quando prende la forma di una domanda e incontra un gesto reale, la fragilità può restituire orientamento.
Mettere parole dove avevo messo silenzio
Ho scritto Il coraggio di essere fragile dopo aver raccontato per anni la mia storia a frammenti. Alcuni episodi erano nitidi; altri vivevano soprattutto nelle emozioni che avevano lasciato. Nel libro ho scelto una forma narrativa che protegge le persone coinvolte e, in certi passaggi, ricompone gli eventi. Volevo preservare ciò che per me era essenziale: l’esperienza interiore e gli apprendimenti che ne sono nati.
Scrivere mi ha costretta a vedere un filo che attraversava età e contesti diversi. Molte volte avevo chiamato forza la capacità di rimanere e adattarmi, continuando a funzionare qualunque cosa accadesse. Le svolte più importanti sono arrivate quando mi sono concessa una domanda diversa: che cosa mi sta chiedendo di riconoscere questa situazione?
Da allora la fragilità è, per me, un segnale. Indica il punto nel quale la mia attenzione è necessaria, senza definire l’intera persona che sono. Può condurre a un confine, a una richiesta di aiuto, a un cambiamento di direzione o a un modo più onesto di restare. Il suo messaggio varia; la disponibilità ad ascoltarlo cambia già il rapporto con ciò che stiamo vivendo.
Il libro è nato anche dal desiderio di parlare alle donne che, viste da fuori, sembrano capaci di tutto e intanto sentono di essere scomparse dietro i propri ruoli. Conosco quella distanza. So quanto sia facile continuare a occuparsi della vita e perdere il contatto con la persona che la sta vivendo.
Oggi, quando durante una sessione qualcuno mi dice «dovrei essere più forte», la prima domanda riguarda l’armatura: che cosa sta proteggendo, e serve ancora nello stesso modo? Da lì può emergere una scelta più sincera, sostenuta da ciò che la persona riconosce come proprio.
In questo momento, la tua parte più forte potrebbe essere quella che finalmente ammette come sta vivendo una situazione, prima di obbligarsi a sopportare un altro mese. Questa verità può restare privata e prendere forma con calma. Può cominciare su un foglio o in una conversazione. A volte emerge dentro uno spazio nel quale non sei costretta a dimostrare nulla.
Il coraggio di essere fragile racconta il mio percorso verso quel tipo di ascolto. Attraversa difficoltà e scelte imperfette. In diversi passaggi ho dovuto rivedere l’immagine che avevo di me. Mostra ciò che può accadere quando smettiamo di considerare ogni cedimento un fallimento e iniziamo a domandarci quale parte di noi stia chiedendo attenzione.
Se queste parole toccano qualcosa che conosci, puoi approfondire la storia nel libro. E se senti che è arrivato il momento di guardare con maggiore chiarezza una situazione della tua vita, nel coaching individuale possiamo partire proprio dal punto che oggi fai più fatica a nominare.
Per approfondire
Dalla confusione al primo passo
Come costruire una chiarezza sufficiente per cominciare a muoversi.



